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"Il mio sogno? Che le case famiglia non esistano più" PDF Stampa E-mail
giovedì 28 febbraio 2008

Parla Flavia Cicconi, una delle cinque candidate del concorso del 'Carlino'. La donna gestisce, insieme al marito, l'associazione 'La Goccia', che promuove la cultura dell’affido e dell’adozione.

Macerata, 27 febbraio 2008 - Non che sia stanca. Tutt’altro. Ma quella comunità familiare aperta insieme al marito a Collevario, e che ad oggi ospita i loro tre bambini adottati più altri quattro in affido, Flavia Cicconi (nella foto con la figlia Alexia) vorrebbe chiuderla per sempre.

"Significherebbe — spiega — che non ce n’è più bisogno. Che tutti i bambini hanno trovato una famiglia affidataria. E’ questo il mio sogno". Quarantatré anni, originaria di Cingoli, maceratese d’adozione dal ’93, anno del suo matrimonio con Paolo Carassai, consulente finanziario e suo “braccio destro” nei numerosi progetti a cui si dedica, Flavia Cicconi è fondatrice dell’associazione 'La Goccia', che promuove la cultura dell’affido e dell’adozione.

 

Come è cominciato tutto? "E’ cominciato dall’affido della mia prima bambina, Alexia, una bimba cerebrolesa con problemi abbastanza gravi. Per non chiuderci in noi stessi ci siamo detti: “Prendiamo Ale e allarghiamoci ulteriormente”. Così ci è venuta l’idea di fondare un’associazione e creare una casa famiglia, per ospitare i bambini ma anche promuovere la cultura dell’affido con una formazione costante".

Cosa vi ha insegnato Alexia? "Alexia ci ha fatto scoprire il mondo del silenzio, che comunica più delle parole. Il suo è un silenzio fatto di sguardi, che ci racconta come con la vicinanza dell’anima si possano fare tante cose, piccole all’apparenza, ma che ti danno la forza per andare avanti". 

Concretamente, come operate? "Ad esempio abbiamo gruppi di auto aiuto, con coppie che già hanno bambini in adozione o affidamento, o con altre che vorrebbero intraprendere questo percorso. Li aiutiamo a superare le difficoltà legate ai tempi, al rapporto con la rete pubblica dei servizi... Fino a confrontarci, una volta concluso l’iter, sulla quotidianità della nuova famiglia". 

Quali sono le paure maggiori? "Il fatto che si modifichino certe dinamiche all’interno della famiglia. E poi la consapevolezza che quel bambino ha un passato che non si potrà mai conoscere fino in fondo. Eppure c’è una cosa che mi stupisce sempre tantissimo...". 

Quale? "La capacità, da parte di questi figli adottivi, di adattarsi alle più diverse situazioni con estrema facilità. Facendoti scoprire, giorno per giorno, il miracolo delle cose più scontate, che scontate non sono mai".

Benedetta Iacomucci

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/macerata/2008/02/27/

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/macerata/2008/02/26/

 
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