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Il fondo librario “G.L.Ascari” della Biblioteca Comunale “Ascariana” di Cingoli PDF Stampa E-mail
giovedì 01 gennaio 2009

Un documento esaustivo sulla più antica biblioteca monastica, a noi pervenuta, della città di Cingoli.

Un lavoro amplio e articolato che rende testimonianza su un altro, per troppo tempo dimenticato, importante e ricco patrimonio in possesso della città di Cingoli.

Il fondo librario “G.L.Ascari” della Biblioteca Comunale “Ascariana” di Cingoli

CATALOGO a cura di LUCA PERNICI

Con uno scritto di Paolo Appignanesi

Numerose e varie potrebbero essere le obiezioni da portare alla mia scelta di apporre sul piatto anteriore di questo volume – che è il risultato della mia attività di sistemazione, studio e catalogazione dell’antica “libreria” del monastero silvestrino di S.Benedetto di Cingoli – la riproduzione della xilografia che apre la stupenda serie delle incisioni che ornano la celeberrima Hypnerotomachia Poliphili del Colonna nella editio princeps aldina del dicembre 1499.

Incisione su legno che ha per soggetto il deambulare incerto di un intimorito Poliphilo, il protagonista del romanzo, in una sconosciuta fittissima e tenebrosa selva.

A una immagine più “immediatamente attinente” al contenuto del volume, quale quella che Paolo, ad esempio, avrebbe voluto – ed eccoci alla principale possibile obiezione – ne ho preferita una rispondente ad un criterio diverso da quello della immediata coerenza tematica, almeno nel senso che questa espressione ha o dovrebbe avere nell’attuale lessico e quotidiano e storiografico.

Quella che mette in campo una tale scelta è comunque ugualmente una questione di coerenza, seppure di altra natura: allegorica la direbbero i medievali, gli alchimisti speculativi cinque-seicenteschi (quali l’Andrea Odoni del ritratto lottesco), il Bruno della Lampas Triginta Statuarum, il Baudelaire di Correspondences, l’autore del Piccolo Principe, quello del Barone rampante e delle Città invisibili, il D’Arrigo di Horcynus orca, ecc., ecc., ecc. coerenza relativamente a ciò che quest’opera, pur provenendone, si è lasciata alle spalle.

Ho voluto, infatti, che questo volume oltre a costituire un esaustivo documento di un patrimonio storico quale quello rappresentato dal fondo librarioGiovanni Ludovico Ascari”, rendesse testimonianza – e nella sua facies più di superficie – anche dell’esperienza e delle emozioni da me vissute nel condurre innanzi l’attività di studio confluita in questo tomo, e delle suggestioni che questa stessa attività ha prodotto più o meno lentamente, con più o meno vigore, sul mio pensiero.

Che le parole, i ragionamenti più ampli, le trattazioni più articolate e minuziose, non abbiano, almeno relativamente a certe realtà, la stessa potenza espressiva ed evocativa delle immagini, non è argomento certo ancora da dimostrare.

In riferimento a tale esperienza, che avrei voluto trapelasse, in tutta la sua ricchezza e profondità, dal piatto anteriore della legatura, nessuna altra imago ho ritenuto pregna di valenza allegorica quanto quella della selva; più nello specifico ancora, quanto quella della selva in cui sperduto e confuso vaga lo “amante di tutte cose” Poli-philo.

E’ una strana mistione di affetti, paragonabile all’orror del protagonista della “pugna d’amor in sogno” all’inizio della sua iniziatica peregrinatio, quella che ho provato, infatti, nell’entrare in quella selva piena di vetusto silenzio che è una biblioteca antica da quasi trecento anni più non frequentata, quale quella, sorta, al più presto sul finire del secolo XVI, in una delle stanze del monastero silvestrino di S.Benedetto di Cingoli, dall’agosto del 1745 costituente, almeno de iure, l’originario nucleo di quella che sarebbe stata la biblioteca comunale

Friedrich Nietszche, in un passo del suo Zarathustra, afferma che soltanto chi non ha paura delle tenebre di una foresta di alberi scuri può trovarvi nel suo più profondo declivi di rose. Niente da eccepire, eccetto forse il fatto che oltre all’allontanare da se stessi il timore, bisogna armarsi anche di una grande dose di pazienza e costanza.

Sono state queste due virtutes, infatti, fondamentali nel portare a compimento prima il riordino materiale sugli scaffali e poi la descrizione catalografica accurata e dettagliata dei 1989 esemplari (331 edizioni del secolo XVI, 399 del secolo XVII, 1240 del secolo XVIII, e 19 del secolo XIX), 2073 considerandovi anche quelli perduti, in cui consiste il fondo librario Giovanni Ludovico Ascari”.

Le medesime pazienza e costanza si sono rivelate indispensabili anche nella ricostruzione della vicenda storica di questo fondo librario; vicenda tutt’altro che semplice e lineare, ma anzi complessa e costellata di punti oscuri ed enigmatici. A tale intricata e ampia questione ho cercato di dare sistemazione nella Introduzione che precede il Catalogo, in questo favorito anche dalle minuziose ricerche svolte dallo storico e monaco silvestrino Terence Kavenagh e pubblicate nella rivista Inter fratres, che don Ugo Paoli, che ne è uno dei curatori, mi ha con celerità messo a disposizione.

A uno dei punti più enigmatici e oscuri di tutta la vicenda, quello del perché Giacomo Ascari nel 1721, a quarant’anni compiuti, abbandonasse il suo ruolo presso la corte del cardinale Ludovico Pico della Mirandola, e, entrato a far parte della famiglia Silvestrina, cambiando il suo nome in Giovanni Ludovico, scegliesse S.Benedetto di Cingoli come monastero di affiliazione, restandovi di fatto ininterrottamente fino alla morte, avvenuta il 12 agosto 1749, ha dedicato un suggestivo scritto Paolo Appignanesi, che in questo volume segue la mia introduzione generale.

Prima di passare alla formulazione della domanda principale e che tutti aspettate, vorrei spendere qualche momento per porre alla vostra conoscenza una importante, e del tutto inaspettata, serie di acquisizioni emerse dai miei studi sulla «libreria Ascariana». L’oggetto di queste acquisizioni è un monaco silvestrino cingolano, don Filippo, appartenente alla nobile famiglia cittadina Roccabella, vissuto circa un secolo prima di Ascari, ovvero a cavallo tra Cinquecento e Seicento. E’ a questo monaco – ricordato alcuni anni dopo la sua morte come «vir omnibus artibus optime refertus, theologus eximius ac concionator insignis», quindi quale uomo di notevole dottrina e cultura – che vanno ascritte una serie di opere di argomento politico e morale, pubblicate a Venezia, sotto falso nome, tra il 1632 e il 1633, e, nel giro di poco tempo, condannate dall’Inquisizione e iscritte all’Indice dei libri proibiti. Un personaggio enigmatico, su molti aspetti della cui vicenda, e biografica e culturale, è da gettare ancora luce. Senza dubbio un altro importante figlio di Cingoli. Per far ulteriore chiarezza su di lui mi recherò, tra breve, all’Archivio del Santo Uffizio, oggi Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove è conservato un intero protocollo a lui dedicato.

Ma basta per ora.

Veniamo, invece, alla domanda alla quale prima accennavo, ovvero…

Perché catalogare un fondo antico?

Prima di rispondere a questo importante quesito, che rappresenta di fatto la giustificazione del mio lavoro, ritengo opportuno fare alcuni dovuti ringraziamenti:

Innanzitutto a tutti voi, oggi qui presenti.

Un grazie, grande e sincero, mi sento in dovere di fare all’Amministrazione Comunale di Cingoli – specificatamente nelle persone del Sindaco Gianfilippo Bacci, dell’Assessore alla Cultura Caterina Palmioli e del Dott. Giorgio Giorgi – che ha creduto in me e nelle mie competenze e mi ha conferito l’onere e l’onore di catalogare il fondo librario antico “G.L.Ascari”, il più importante e cospicuo dei tre conservati nella Biblioteca Comunale; avendo così dimostrato una sensibilità verso il bene “cultura” di cui oggi si sente un ingente bisogno. Una delle cause che «principalmente fa piccioli li uomini» – scrisse infatti quell’acuto osservatore delle “cose umane” che fu Niccolò Machiavelli – «è data dalla incredulità di essi medesimi: li quali non credono in verità le cose nuove se non ne veggano nata una ferma esperienza», qualcosa di materialmente concreto cioè. Non c’è ricchezza più grande del dare possibilità, del fornire occasione! «Sanza qualche virtù – scriveva ancora l’ottimo Niccolò – la occasione verrebbe invano, ma sanza la occasione la virtù dello animo, perfino dei più grandi uomini, si sarebbe spenta».

Un ringraziamento, colmo di affetto e stima, va poi a Paolo Appignanesi – ampio, profondo e appassionato conoscitore della storia cingolana in tutti i suoi aspetti e sfaccettature, la cui finezza critica e capacità d’osservazione e valutazione sfiorano la rarità e forse l’ineguagliabilità – che non soltanto ha seguito questo lavoro fin dalle sue battute iniziali fornendomi continui e preziosi stimoli, consigli, giudizi e valutazioni, ma che mi onora, dando maggior pregio a questo volume, con l’aver acconsentito a redarre uno scritto introduttivo.

Grazie dico a don Ugo Paoli che con estrema cortesia, pazienza e celerità ha risposto alle numerose mie domande e richieste durante la mia attività di ricerca.

Un ringraziamento va poi ad Andrea Carnevali il quale giornalmente mi ha offerto le sue competenze e il suo aiuto nello svolgimento di questo lavoro.

La mia gratitudine va alla prof. Simonetta Bernardi per aver dedicato il suo tempo e messo a disposizione la sua cultura e la sua perizia nella correzione della introduzione.

Grazie dico a Giorgio Fabrizi e Francesco Cardarelli per la cortesia e professionalità impiegate nella realizzazione delle fotografie che costituiscono sezioni importanti del presente Catalogo.

Un dovuto riconoscimento spetta poi alla Tipografia cingolana Ilari, nello specifico a Marco. Curare la stampa di un lavoro estremamente articolato al suo interno come questo richiede perizia e intelligenza.

Un ringraziamento rivolgo, infine, alla prof. Francesca Pagnanelli – già bibliotecaria della “Ascariana” e entusiasta e intelligente rinnovatrice della memoria cingolana – per aver accettato di scrivere una praefatio a questo Catalogo, leggendo la quale chiudo il mio intervento rispondendo finalmente alla essenziale domanda:

Perché catalogare un fondo antico?

Catalogare un fondo librario, e per di più antico è una gran perdita di tempo. Tempo che si potrebbe utilizzare in maniera assai più congrua dedicandosi alle richieste del presente, che sono sempre assillanti, incombenti, minacciose. Da queste ci si deve sottrarre, per dedicarsi a un’attività segreta, raffinata, solitaria, sconosciuta a molti e inutile per moltissimi. Eppure questa attività si svolge, dirò di più, si deve svolgere. “E perché?”

Come si sa, quando a una domanda si offre più di una risposta, significa che la risposta non c’é – vedasi il problema dell’immortalità dell’anima e delle varie “prove” più o meno ontologiche, da Platone alla Scolastica, e di qui su fino a Kant.

Il nostro caso è di questi, e attiene anch’esso, in qualche misura, all’immortalità e alla vita.

I libri infatti sono legati alla vita, perché sono legati alla memoria. Sono oggetti fisici carichi di memoria: memoria ovviamente di chi li scrisse, del suo tempo, delle sue idee. Ma memoria anche di chi li acquistò, di chi li lesse e ne parlò, facendo sì che i pensieri che essi contenevano circolassero, respirassero, vivessero non in una comunità astratta, ma in un luogo definito geograficamente e storicamente.

Le parole dei libri possono diventare opinioni personali, pareri, azioni: le censure e i censori questo lo sanno.

I libri antichi quelle idee ci dicono, quelle conquiste spirituali, quelle scoperte del passato che formano il nostro contradditorio presente, e così lo sciolgono, lo spiegano.

Il fondo librario antico “G.L.Ascari” è nato in questa città e ad essa è stato destinato: quindi studiarlo, conservarlo, conoscerlo vuol dire entrare in questo passato, nel passato delle mura, delle case, delle vie non di una città, ma di questa città.

Conoscerlo vuol dire scoprire di che cosa si parlava qui, quali opinioni, quali verità qui ebbero fortuna, e influenzarono di sé gli uomini e le donne che vissero qui prima di noi. E il passato ci benedice, se lo conosciamo, rendendo vivi ai nostri occhi questi paesaggi e riempiendoli di tante e tante memorie che possono diventare un significato, una consolazione; ma ci maledice, se lo ignoriamo, perché questa ignoranza rende opaco il tempo, e, peggio ancora, insensato.

La conoscenza del passato, che è studio, conservazione, comunicazione, invade pian piano il presente e noi che lo abitiamo: e diffonde i suoi valori di civiltà, di critica e di giudizio, di ammonimento e di incoraggiamento, per vivere noi “umanamente” il nostro presente, e per avviarci meno spaventati e più saldi verso il futuro.

«Umili depositari della ricchezza intangibile – scriveva Paul Groussac, uno dei maestri di Borges, nella prefazione al catalogo della biblioteca Nacional de Buenos Aires – perdiamo il nostro tempo nel catalogare tesori che non sono apprezati nel mondo volgare. Consoliamoci sapendo che li disprezzano soltanto coloro che non sono in grado di comprenderne il valore. Fortunatamente, il lavoro apparentemente più sterile racchiude una virtù e porta con se la sua ricompensa, senza bisogno di interventi esteriori. Dopo tutto, chi sa se non sia questa la scelta migliore? Se questi sotterranei santuari dello spirito umano non suggeriscano la corretta soluzione della vita a chi la cerca sinceramente? E se, molto al di sotto della legge morale, della famiglia e della patria, che sono aspetti della sola verità esteriore, non sia certo che la cultura intellettuale sia la meno vana delle nostre illusioni?».

Cingoli, 30 novembre 2008




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